To be Zaki · 30 Marzo 2023

Marketinglese? Ti briffo ASAP!

Puoi leggere questo articolo solo se capisci il titolo

surprised

Benvenuti nel marketinglese: la lingua dei marketer

Non c’è niente da fare, dobbiamo ammetterlo! Il linguaggio delle agenzie di comunicazione è infarcito di un numero così elevato (e in costante aumento) di anglicismi e neologismi da risultare spesso incomprensibile e indigeribile ai profani. Per non parlare poi dei famigerati acronimi del marketing e del web marketing, una lista infinita di sigle che si aggiornano e si fondono quotidianamente. Insomma, un delirio.

Anche se c’è chi crede che molti di noi vendano “fuffa”, in realtà non siamo cattivi, non lo facciamo per confondervi, il “marketinglese” è la lingua di chi fa il nostro mestiere e, prima o poi, volenti o nolenti, ci contamina tutti.

Iniziamo ancora giovani apprendendo i primi rudimenti del marketing, poi adottiamo pian piano anche tutti termini del business, di tutti i business, e poi quelli del mondo informatico, quelli del web, fino a che non diventiamo dipendenti e il nostro orecchio e i nostri occhi si aprono solo quando sentiamo qualcosa che risulti quantomeno esotico o cool.

A un certo punto della vita ti illudi di aver capito. Ti senti padrone del linguaggio. Ma non ti credere, è solo un attimo. Presto o tardi arrivano le nuove leve, le nuove tecnologie, i nuovi trend che introducono altre formule, altri acronimi, altri anglicismi da capire e imparare. Ma tu non ti perdi d’animo, ti applichi, li memorizzi tutti e li accogli nel tuo linguaggio, e all’improvviso, quando meno te l’aspetti, scopri che quella parola che ti sembrava di pronunciare così bene, che risultava così figa, in realtà sono anni che la stai storpiando. Mai una gioia!

Il marketinglese nella vita di tutti i giorni 

E poi c’è la vita vera, quella fuori dall’agenzia, e non avete idea di cosa significhi. Perché in realtà le prime vittime del marketinglese siamo proprio noi comunicatori. Eh sì, è subdolo il marketinglese, e pure invadente. Non si limita a restare buono nel suo ambito lavorativo, no macchè, il bastardello prima o poi si insinua nella tua vita privata.

Lui è finalmente a casa.
Lei si affaccia dalla porta della cucina e gli dice: “Amore? Porti fuori la spazzatura?”
Lui, account, ha la testa in uno dei tanti progetti che sta seguendo e, distrattamente, le risponde senza pensarci: “sì sì, ok, ASAP”.
Questa è stata l’ultima frase da convivente pronunciata da un mio collega. Lei l’ha guardato fisso sgranando gli occhi, lui manco si è accorto di nulla, 5 minuti dopo aveva le valigie sul pianerottolo di casa. Dite che la tipa ha esagerato? Hum, fidatevi, vivere accanto a un account ti rende suscettibile.

Ma il tormento degli acronimi non finisce qui. Ho visto giovani art director rovinarsi la vita con gli acronimi.
Lei: “Cucciolo, dai, stacca dal lavoro che andiamo al ristorante”.
Lui: “IDK, sono in call, EOD infinita, e poi il WOM è pessimo!!”.
Lui ancora non lo sa, ma alla quinta risposta del genere lei inizierà a guardare il postino con occhi diversi.

Eh si, se foste consapevoli in che inferno lessicale vive chi lavora nelle agenzie di comunicazione, sareste più comprensivi. Capaci di creare ibridi linguistici inimmaginabili, gli account e i project manager sono i più terribili. Del resto loro il marketinglese devono padroneggiarlo. Tocca a loro far bella figura con i clienti e sono capaci di tutto.

L’account: “Hola, scusa della whatsappata ma oggi sono out. Quando mi libero faccio un check su calendar per trovare uno slot libero per la call con board e staff del cliente e ti mando invito. FYI ti ho briffato per mail le guideline su cui sviluppare la brand identity della boutique company di cui ti ho parlato (ex start-up, buona reputation… focus su custom made, made Italy e know-how aziendale… occhio al TOV). A parte questo, prepara qualche case di content strategy finalizzata alla brand awareness per la call. Mandami DM con un feedback asap, THX”.

Se il destinatario del messaggio, di solito un copy o un art, non ha almeno 5 anni di esperienza in agenzia non ha alternative, se vuole ri-whatsappare è costretto a googlare. Se invece il destinatario è sopravvissuto in agenzia oltre i 5 anni, quindi un senior o addirittura un direttore creativo, mastica perfettamente il linguaggio delle agenzie di comunicazione, e può anche permettersi di rispondere “in de col men seivuan prisencolinensinainciusol ol rait” (questa la capiscono solo i boomer), tanto lo sa che i brief degli account non contano una mazza.

Alla fine il marketinglese ha i suoi perché

Comunque sia, al netto delle esagerazioni (vedi sopra), il marketing è una disciplina nata e cresciuta negli Stati Uniti ed è quindi normale che parli inglese, ed è altrettanto vero che buona parte delle parole chiave che battezza ed esporta si impongono perché nelle altre lingue non hanno un corrispettivo dotato di uguale sintesi ed efficacia comunicativa.

La stessa cosa accade, da secoli nella musica classica, in cui la lingua dominante è invece l’italiano. In tutto il mondo vengono usati termini italiani in quel settore (contrabbasso, baritono, tenore, per dirne alcuni), semplicemente perché l’Italia ha fatto scuola, così come i paesi anglosassoni hanno fatto scuola nel marketing, ma nessuno si scandalizza.

Le lingue inoltre sono considerate vive solo quando sono capaci di continue evoluzioni, contaminazioni e trasformazioni; e quindi perché anche noi poveri comunicatori non dovremmo vedere come arricchimenti le parole prese in prestito da una qualsiasi lingua straniera che entrano di diritto a far parte del nostro lessico?

Chi di noi, nel comune parlare quotidiano, non utilizza termini ed espressioni che appartengono a un’altra lingua? Babysitter, charme, weekend, manicure, fashion, atelier, boutique, turnover, task force, golpe, vigilantes, meeting, smart, collant, macho, selfie, la lista è praticamente infinita. E quante di queste parole straniere sono diventate ormai sinonimi di parole italiane?

Performance per prestazione; target per obiettivo; mission per scopo, quante volte le utilizziamo entrambe alternandole? E un sinonimo non è forse un arricchimento? E se è senz’altro vero che esagerando si corre il rischio di venir meno al presupposto di ogni attività di comunicazione che è appunto quello di farsi capire, beh, nessuno è perfetto e l’unico modo per imparare a comunicare meglio è fare come i bambini, commettere errori.

 

P.S.: anche se può sembrare il contrario, in Zaki amiamo molto i nostri account.

Img alt here

Articoli correlati

Non accontentarti!

Che sia storico o tutto da costruire,
lavoriamo alla migliore comunicazione per il tuo brand.